Il fenomeno artistico che si concretizzò in Pontremoli dal terzo quarto del Seicento fino a Ottocento inoltrato si propone non solo come la manifestazione di un importante momento di sviluppo sociale e culturale di un borgo, ma, soprattutto, come individuazione di alcuni dei generi artistici decorativi che caratterizzarono anche a livello nazionale tutto quel lungo periodo
Un percorso costante che si infittisce di testimonianze, con una ricchezza di esemplari giustificata solo dalla particolare situazione storica ed economica che coinvolse Pontremoli e dalle conseguenti possibilità di più intensi rapporti culturali con i centri urbani più importanti nei quali andavano lievitando stimoli artistici ed ideologici usualmente inusuali per le aree periferiche.
Non è un caso, infatti, che il fenomeno venga a rappresentare il momento più alto di una fase storica che portò al rinnovamento integrale di Pontremoli, ovvero alla sostanziale ricostruzione del modesto paese risistemato alla meglio dopo il devastante incendio provocato dall’avanguardia dell’esercito di Carlo VIII nel 1495 e che destò anche la perplessità di Michel de Montaigne, quando vi passò nel 1581, portandolo ad affermare di avere visitato un borgo con “antichi edifici non molto belli”, ma dove, però, si poteva mangiare bene!
È evidente che alla base di uno stravolgimento così macroscopico, che portò in pratica alla rilettura totale del tessuto urbano sia in senso architettonico che urbanistico, ci furono una serie di concause che permisero ad un’economia come quella pontremolese, impostata soprattutto sullo sfruttamento delle poche risorse offerte dal territorio e sulle occasioni proposte da una viabilità comunque strategica, di voltare pagina potendo fare riferimento a fonti di guadagno di grande portata che misero le basi per un’azione chiaramente intenzionale in quanto necessaria.
La causa scatenante fu l’acquisizione di Pontremoli da parte del Granducato di Toscana nel 1650 a conclusione di un’operazione politica avviata fin dal XV secolo e conclusa dopo una agguerrita battaglia diplomatica con Genova allo scopo di agevolare ed assecondare l’attività del nuovo porto di Livorno voluto soprattutto dall’Inghilterra all’inizio del ‘600 per dare uno sbocco ai propri commerci internazionali, impediti sull’Atlantico dalle potenze nemiche, Francia e Spagna, che la fronteggiavano, ostacolando in particolare, per buona parte dell’anno, l’accesso al grande mercato dell’Europa centrale.
Pontremoli si trova così ad essere un punto cardine sulla strada che da Livorno portava alla Pianura Padana e, da lì, proprio al nord Europa, alle falde dell’Appennino tosco-emiliano che per i tempi si poneva come un ostacolo imponente e, quindi, da affrontare con adeguata organizzazione.
Superate le difficoltà nei rapporti con Firenze per avere riconosciuti i diritti consolidati nel corso dei secoli, i pontremolesi ottengono di essere riconosciuti zona franca e con rapidità inaudita intuiscono di doversi mettere a disposizione per trasformare il loro paese in un grande magazzino atto ad ospitare le merci che devono superare la barriera montana.
Le famiglie più importanti del borgo, nel breve di pochi anni, convertono le proprie attività e si attrezzano per corrispondere alla domanda sempre crescente. Così, le vecchie dimore ricostruite sulle rovine dell’incendio del 1495 si trasformano in case e palazzi che possono mettere a disposizione enormi spazi per stoccare le merci e, in qualche caso, per ospitare anche gli animali da trasporto per organizzare le carovane che dovranno raggiungere i più agevoli luoghi della Padania.
Un’esplosione di cantieri agevolata dalla pronta disponibilità di capitali derivanti dagli affitti dei magazzini e dalla compravendita di merci da alienare sul territorio, votati a costruire non solo residenze commerciali, ma nel tempo case e palazzi idonei a dimostrare la sostanza economica dei proprietari e a garantirne, quindi, la capacità operativa.
L’esigenza di creare un’immagine adeguata porta alla consapevolezza che occorre dare al vecchio borgo una struttura nuova ed una parvenza concreta, realizzabili solo chiamando ad operare artisti di fama, capaci di realizzare opere che destassero stupore e meraviglia, anche se occorre ricordare che in Pontremoli nei secoli precedenti si era già manifestata una notevole sensibilità artistica che aveva trovato il suo riscontro nelle numerose opere d’arte di alto livello che arredavano soprattutto i luoghi di culto, a dimostrazione di una disponibilità che ora trova il modo per esprimersi al meglio e non solo nell’arredamento degli edifici, ma anche nell’acquisizione di nuove ed importanti opere che arricchiranno, oltre alle chiese, anche le corpose collezioni private.
Sarà la famiglia Negri, appena risolti, intorno agli anni ottanta del Seicento, i problemi amministrativi ed organizzativi con Firenze, ad avviare il processo. La costruzione del grande palazzo sulla sponda sinistra del Magra, nella zona sud orientale del borgo, fa chiamare a Pontremoli un giovane pittore fiorentino, Alessandro Gherardini (1655-1726), già noto per le sue capacità e per le sue intemperanze, il quale decorerà il grande salone su strada attirando l’attenzione della nobiltà e della borghesia pontremolesi, avviando così un processo destinato ad evolvere senza sosta per quasi due secoli.
Comincia da allora la lunga teoria di presenze artistiche che porteranno, secondo una definizione ormai assodata, alla creazione di una scuola decorativa pontremolese, quella che si rifà in particolare alle famiglie dei Natali e dei Contestabili, costantemente presenti in Pontremoli per quattro generazioni in un’attività ininterrotta, resa più qualificante da tutta una serie di collaborazioni con artisti di buona fama che impreziosiranno con il loro contributo un’esperienza di altissima qualità, ma, soprattutto, offriranno la testimonianza di un’azione di rinnovamento di generi decisamente significativa.
Saranno, però, in particolare alcune famiglie più intraprendenti a dettare i tempi del grande cambiamento. Famiglie di commercianti come i Dosi, i Pavesi, i Ferdani, i Bocconi, gli Zucchi, i Ricci Armani, i Petrucci, i Damiani, solo per citare le più in vista, che, intuito il momento favorevole, organizzarono le loro attività non solo in Pontremoli ma anche nei centri commerciali di riferimento più importanti come Livorno, prima, poi Piacenza, Parma, Genova, Firenze, Roma, da cui attingeranno oltre che ingenti capitali, dovuti alla loro capacità manageriale, anche gli artisti destinati a decorare ed abbellire le loro case.
Il fermento che investe la città assume addirittura toni paradossali, tanto da coinvolgere anche molte famiglie della vecchia nobiltà, perché, unitamente alla volontà di cambiare volto al borgo, si scatena una specie di corsa al bello che porterà alla rilettura quasi integrale del patrimonio ecclesiastico cittadino.
Mentre, infatti, stava completandosi la costruzione della chiesa sulla piazza di sopra destinata a diventare, a fine Settecento, la cattedrale della nuova diocesi di Pontremoli, le altre parrocchiali, e non solo, saranno integralmente rinnovate, talora completamente ricostruite, per essere al passo con i tempi, in uno sforzo corale che non aveva avuto precedenti e che ora permetteva di guardare alla prospettiva di realizzare le attese cullate nel passato, come quella di dare a Pontremoli quella dignità nobiliare sempre sognata.
A concretizzare l’immane impresa una marea di artisti ed artigiani che animeranno il borgo per soddisfare una pluralità di commesse in costante crescita. A pilotarli, prima, il cremonese Francesco Natali (1669-1735), piacentino di adozione, che, dopo una lunga collaborazione con il Gherardini a villa Dosi, opererà da solo e con la sua bottega per dipingere a quadratura l’intera chiesa di S. Maria Assunta, quindi, la cappella di S. Nicola da Tolentino e la sagrestia nella chiesa della SS. Annunziata; poi, le cappelle di S. Antonio e della Trinità in S. Francesco, oltre ad importanti impegni nel privato tra cui la decorazione dell’appartamento sul fiume di palazzo Ferdani.
Il tutto inframmezzato da frequenti spostamenti in varie città del nord Italia dove stabilisce un proficuo rapporto operativo con Sebastiano Galeotti (1676-1741) con il quale opererà attivamente oprattutto in Piacenza, aprendo la strada alla collaborazione con il figlio Giovan Battista (1698-1765).
Sarà il giovane artista, tra l’altro nato a Pontremoli, il portatore di tutta una serie di nuove idee, derivanti dall’esperienza di architetto, ad animare il borgo con una ventata di novità.
Egli, infatti, si propone alla città con un exploit che gli apre la strada ad una carriera luminosa, quando ricostruisce, nel breve di sei anni, l’oratorio della Madonna del Ponte o Nostra Donna dove, oltre al progetto, realizza assieme al padre Francesco, la parte decorativa, a completare il contributo figurativo di Sebastiano Galeotti.
Il successo è immediato. A lui toccherà, infatti, approntare i progetti dei palazzi di città dei Dosi e dei Pavesi, la realizzazione del pronao della chiesa di S. Francesco, l’idea portante per la costruzione del teatro dell’Accademia della Rosa, la villa dei Pavesi a Teglia e le prospettive di palazzo Negri e della villa Pavesi di Scorano.
Ma la sua fama sarà dovuta soprattutto alla grande capacità di quadraturista che lo porterà a realizzare l’arredo del piano nobile su strada di palazzo Dosi assieme a Giuseppe Galeotti (1709-1778), la galleria ed alcune sale di palazzo Pavesi, l’intero complesso di palazzo Petrucci, lo scalone ed alcuni soffitti di palazzo Negri e numerosi altri interventi in palazzi e case a soddisfare una domanda troppo elevata per le sue sole forze e, soprattutto, per i troppi impegni che lo tenevano sempre più frequentemente lontano da Pontremoli.
La abbandonerà definitivamente intorno alla metà del Settecento per trasferirsi a Napoli chiamato come pittore di corte a coronare una carriera eccezionale, non ancora adeguatamente valutata, mai dimentico della sua patria nella quale farà confluire, mentori i Dosi, numerosi capolavori della scuola partenopea del Seicento.
Il suo contributo si esalta nella grande sapienza operativa che permetterà il trapasso tra la staticità del decorativismo barocco tipico del padre, alla vivacità del barocchetto, che riuscirà ad impreziosire non solo accentuando l’illusorietà della sue quadrature che sono di livello altissimo non tanto per le soluzioni tecniche quanto piuttosto per gli effetti cromatici.
La delicatezza di toni che il Natali riesce ad infondere alle sue costruzioni illusorie, opportunamente mescolata con gli esiti di tono più marcato delle decorazioni, sono quanto di meglio abbia saputo offrire la pittura prospettica e di quadratura della scuola settentrionale, specie quando viene arricchita con l’inserimento di spaccati ornamentali a paesaggio che apriranno una nuova strada ad un genere che caratterizzerà il secondo Settecento.
La chiamata a Napoli lo induce a lasciare il posto al nipote, Antonio Contestabili (1716-1790), da tempo operante in Piacenza, ma pronto a trasferirsi a Pontremoli dove le prospettive di lavoro erano comunque numerosissime.
In effetti, l’artista lascerà un segno importante, perché le sue opere sono distribuite in una miriade di palazzi e chiese, molto spesso proprio ad integrare gli interventi di Giovan Battista. Così lavora a palazzo Negri, a palazzo Ferdani, a palazzo Cortesini, completa la decorazione di palazzo Pavesi e realizza l’intero arredo dell’appartamento su fiume di palazzo Dosi.
La sua presenza è così frequente in case e chiese che ancora oggi a Pontremoli invale il detto che una qualsiasi decorazione sia opera del Contestabili.
Ma, con Antonio diventa evidente che la quadratura ha fatto il suo tempo e lui stesso è il principale testimone della crisi di un genere.
Incapace di inventare soluzioni nuove, ricopia e ripropone in maniera elementare il discorso precedente, stravolgendo l’effetto spaziale, che perde soprattutto in profondità per ridursi a mero evento decorativo ed ornamentale.
Il punto più alto della sua esperienza pontremolese resta il trompe l’oeil sullo scalone di palazzo Dosi dove riesce a superare la lezione scolastica per offrire un esempio di perfetta fusione tra cromatismo e prospettiva, in una efficacia d’effetto che va ben oltre la sua fama.
Riuscirà a tenere desta l’attenzione dei committenti adeguandosi a proporre soluzioni decorative più al passo con i tempi, quando a fianco delle ritrite decorazioni prospettiche inserirà ripetute sequenze di paesaggi fantastici che daranno una nuova impronta ornamentale all’ambiente che torna così a rinchiudersi nella propria fisicità reale.
Il figlio Niccolò (1759-1824) dovrà assorbire gli effetti della decadente maniera paterna rifuggendo l’ambiente ormai stanco per tornarvi solo quando fosse diventato portatore di una nuova seducente novità. Nel frattempo, però, sono mutate tante cose in Pontremoli, seppure gratificata dal titolo di città nobile (1778) e dalla realizzazione della Diocesi (1787-1797).
Il mercato, infatti, è quasi saturo; la situazione economica, in forza del mancato adeguamento della viabilità rispetto al resto della Toscana, è in forte declino. Diversa la temperie sociale, anche ideologicamente.
Riuscirà ad imporsi proprio portando quanto di nuovo il mercato veniva proponendo a livello nazionale, ovvero giocando sui richiami di un’Arcadia ormai in disuso per proporsi come tramite di leziosità ornamentali di grande effetto che troveranno disponibili gli ultimi mecenati.
Niccolò fa del paesaggio, proposto a più diverso titolo, il momento centrale della sua capacità artistica, offrendolo in soluzioni di tutti effetto in deliziosi quadri ad olio di diverse misure nei quali presenta preziosi esempi di un genere che stava spopolando tra Firenze e Venezia.
Ma quando gli si offre l’occasione, come gli succederà molto spesso in numerose altre realtà toscane, farà del paesaggio con figure ad affresco il momento più alto della propria offerta proponendosi in macroscopiche lezioni di stile come nella stanza della Favola della Niobe di palazzo Damiani e nel salottino di palazzo Ricci Armani.
Lì, davvero, si percepisce completa la lezione familiare di un rapporto quasi spontaneo con l’affresco nel quale, nonostante le evidenti difficoltà tecniche, giunge a realizzare una diversità di toni e di cromie che riescono a stupire.
Ma, non sarà da meno quando, richiesto di ingentilire i soffitti di tanti salotti della borghesia locale, da palazzo Bologna, a palazzo Maracchi, a casa Zucchi Castellini, rifuggendo dall’ormai obsoleta soluzione prospettica, ma più in linea con la mentalità civettuola di fine Settecento, offrirà vere e proprie lezioni di grazia realizzando grandi medaglioni variamente operati, spesso circondati da raffinate grottesche, con al centro leziosi voli di putti alati o scene mitologiche di vago sapore arcadico, a creare un clima di serena estraneità dal reale che sarà coartato nel breve dalle follie della Rivoluzione francese.
Potremmo dire che l’avventura decorativa pontremolese, iniziata sull’onda di un’illusorietà spaziale legata alle finzioni della quadratura, si consuma nel sogno altrettanto illusorio di un mondo fantastico popolato di personaggi irreali, a conferma del desiderio mai interrotto di costruire intorno alla dimensione naturale del presente qualcosa che trasporti impalpabilmente al di fuori del tangibile per non interrompere la voglia del diverso che è dentro ognuno di noi, da coltivare comunque con qualsiasi espediente.
Per fortuna, il desiderio del bello in Pontremoli non si è interrotto con il tramonto del Barocco e dei suoi esiti, ma è proseguito negli anni portandoci fino al presente, attraverso la lezione ottocentesca e, soprattutto, la spontaneità del Liberty, a testimoniare un istinto cresciuto nei secoli che non vuole assolutamente interrompersi, ma cercare sempre nuove occasioni per impreziosirsi.
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